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November 02

Grand Raid Reunion - Diagonale des Fous - 2009

 

DIAGONALE DES FOUS 2009 (di Ermanno Nuccio)

 

La Diagonale Des Fous (Diagonale dei Matti)  è una corsa di montagna lunga 150 km,  con un dislivello positivo di 9.184 metri  che si è svolta il 23, 24 e 25 ottobre alla Réunion, isola dell’Oceano Indiano posta tra il Madagascar e le ben più conosciute Mauritius.

Per le sue caratteristiche eccezionali (paesaggi grandiosi che mutano di continuo a causa delle piogge torrenziali e la continua erosione, vulcani tra i più attivi al mondo, microclima e specie endemiche rarissime), l’isola, è candidata ad essere riconosciuta Patrimonio Mondiale dell’UNESCO. La gara si svolge in un’unica tappa e prevede l’attraversamento in diagonale dell’isola da Sud-Est a Nord-Ovest: è riservata ad atleti in buona condizione fisica che devono essere disposti ad affrontare questa durissima prova in un tempo massimo di 64 ore. 

E’ richiesto un minimo di attrezzatura obbligatoria: zainetto, lampada frontale, coperta di sopravvivenza,  riserva d’acqua, k-way, fischietto, banda elastica in caso di infortunio ed una riserva alimentare. A questa gara erano iscritti 2.700 concorrenti (200 dei quali non sono neanche partiti) ed alla fine della competizione, come succede tutti gli anni,  si conta un alto numero dei ritirati: 851, che rappresenta il 34% del totale.  Svariate le motivazioni:  la lunghezza della gara;  i dislivelli da percorrere (non ci sono “solo” 9.184  di dislivello in salita, ma anche altrettanti in discesa); l’altezza delle cime rispetto al livello del mare (la vetta più alta è il Piton de Neiges a 2.484 m. e per una trentina di km si corre oltre i 2.000 m.);  il continuo sali-scendi  che mette a dura prova la muscolatura, i tendini e le caviglie; l’elevato numero di ore di corsa; la mancanza di sonno (la partenze viene data alle 24:00 del giovedì e quasi tutti i concorrenti non dormono per due notti consecutive); il fondo spesso bagnato e accidentato, le radici che fuoriescono da terra e sulle quali è facilissimo inciampare; alcuni tratti con pendenze fino al 35%, altri  che possono essere scalati solo con l’ausilio di corde fisse, e scale metalliche; i tanti attraversamenti dei fiumi su tratti scivolosi e pietre che non permettono un appoggio sicuro, i passaggi in cresta e i burroni.  Tutto questo è però controbilanciato dalla bellezza dei luoghi, dai paesaggi naturali ancora intatti e straordinari: mare cristallino, colline coltivate a canna da zucchero e piante da frutta, pascoli alpini, vulcani, cascate e fiumi, foreste e pianure sabbiose, prati fioriti e pietraie infernali, distese di cenere, rocce laviche, paesaggi lunari. In alcuni punti i panorami sono fantastici e il silenzio “assordante”: complice la stanchezza si può facilmente credere di essere fuori dal mondo. Impressionante lo sforzo organizzativo: 13 posti di controllo elettronico, 15 posti di assistenza medica, 20 punti di ristoro e svariati punti dove è stato possibile dormire sotto le tende. Perfetta la manutenzione e la segnalazione dei sentieri.  Un plauso particolare alle tante centinaia di volontari sempre affabili, espansivi, cordiali, spontanei, instancabili, sorridenti e disponibili: senza la loro presenza questa manifestazione non sarebbe riuscita così bene.  Il costo per l’iscrizione alla gara è contenuto, sebbene il costo dei trasferimenti aerei e dell’intera trasferta rendano la gara non accessibile a tutti. C’è anche da ricordare che bisogna allontanarsi dalla propria nazione per una settimana e che i giorni di assenza dal lavoro sono almeno 5. Ma chiunque termini la gara, qualsiasi sia il tempo finale, può ritenersi  soddisfatto della sua impresa: basti pensare che gli organizzatori, anziché scrivere “Finisher” sulla maglia che usualmente si consegna a chi termina la gara, hanno fatto scrivere su questa “J’ai survécu”, sono sopravvissuto!

 


La gara:


Sono insieme a  Luisa Balsamo, Ferdinando Hardouin Monroy  e Filippo Baravalle sul bus che ci trasferisce da Saint Denise a Saint Philippe – Cap Mechant (sud-est della Réunion) da dove è prevista la partenza il 23 ottobre alle 24:00.  Soltanto 2500 i partenti su circa 2700 iscritti. Il motivo?  Nell'isola il tempo varia da nord a sud, da est ad ovest, dalla costa alle alte cime! Due ore prima della partenza sembrava che tutto procedesse bene ma il tempo, virato al peggio, scatena una pioggia scoraggiante! Pioggia che forma dei torrenti che ci fanno letteralmente diguazzare nelle prime due ore di gara. Meno male che poco prima di partire un altro concorrente aveva lasciato un sacco nero di quelli normalmente usati per i rifiuti… si rivela la mia salvezza: pratico un buco per la testa e due per le braccia e ho ottenuto un meraviglioso k-way (onestamente poco traspirante!). Siamo nella calca in attesa di partire. Io, Luisa e il Principe, salutiamo Filippo con la speranza di rivederci tutti allo Stadio di Redoute, a Saint-Denis,  entro le successive 40 ore. Partiti!  Ci separiamo quasi subito dall'asfalto per imboccare una salita che difficilmente scorderemo: da 0 a 2.320 m con i piedi nell’acqua e (in alcuni tratti) nel fango fino alle caviglie.  Ma siamo appena partiti, che importa! Ci aspettano nella migliore delle ipotesi altre 35 ore di gara, la pioggia non ci ferma, anzi, superiamo in salita centinaia di concorrenti che camminano invece di correre. Siamo concentrati e ci ripetiamo l'un l'altro di fare molta attenzione: la luce delle pur potenti lampade frontali in alcuni casi non basta per evitare le buche che sono sempre in agguato.  Ci sentiamo bene e abbiamo il morale alto, addirittura ci permettiamo di scherzare pensando ai visi di qualcuno dei nostri amici rimasti a Palermo: se ci vedessero in questi frangenti!

E' la prima di due notti ma procediamo veramente bene: al 30° km passiamo al Plan des Sables dopo circa 6 ore e siamo nei primi 600 in classifica. E’ già abbastanza chiaro, e possiamo godere del meraviglioso spettacolo da inferno dantesco che abbiamo intorno. Il Vulcano Piton de Neiges è lì che ci aspetta. Ci arriviamo – ancora tutti e tre insieme – dopo circa 12 ore di gara. Poco dopo cominciano i miei guai… Le tante ore passate con i piedi nell’acqua hanno allentato le mie fasciature ai piedi e sento dolori che non mi lasciano dubbi: dovrò sostare all’infermeria a Cilaos se voglio portare a termine la gara. Sensatamente rallento, ripeto a Ferdinando e Luisa di precedermi e ci diamo appuntamento (se possibile) proprio a Cilaos dove arrivo poco dopo le 13:21. Mi lavo i piedi – con gran sollievo – e mi faccio medicare con Eosin e Compeed. La dottoressa, gentile e premurosa, mi avverte che dovrò fare la stessa medicazione a Deux Bras, 50 km più avanti e dopo averla ringraziata, una volta cambiate le mie calze, dimentico perfino di mangiare e, visto che ho acqua a sufficienza per le due ore successive, riparto di gran carriera alla volta del Pied du Taibit. Avanzo veramente bene perché i dolori ai piedi sono quasi spariti.  Da quel momento, per i successivi 35 km, non ho più notizie dei mie compagni. Poco dopo Marla (siamo già all’imbrunire) mentre preparo la lampada frontale, scambio qualche parola con un giovane francese mentre ci apprestiamo a guadare un fiume. C’è una fila di grosse pietre, che però sono lisce e instabili tanto da suggerire agli organizzatori di prevedere una fune alla quale i partecipanti possono tenersi per evitare cadute. Tutto inutile, l’equilibrio si perde con facilità e i miei piedi sono nuovamente fradici! Mi prendo in giro, sconsolato, pensando a quanta rilevanza avevo attribuito alla mia “nuova” fasciatura! Il francese è ironico come piace a me, si chiama Michael, ha il mio stesso passo e  con lui affronto i successivi 20 km in circa 6 ore. E’ giusto ricordare che di notte, la ricerca dei segnali è ben più difficoltosa rispetto al giorno e che, quindi, il non stare da soli è un grosso aiuto dal punto di vista psicologico. Alle 23:44 arrivo a Gran Place,  dopo più di 7.000 m di dislivello in salita e 103 km già percorsi. E’ qui che ritrovo Ferdinando che sta parlando al telefono con Luisa. Chiedo notizie: è rimasta indietro, non riesce ad alimentarsi. Mi fermo anche io mentre Ferdinando riparte. Approfitto per dormicchiare sdraiato sull’erba. Come coperta utilizzo il mio “famoso” sacco della spazzatura. Poi quando arriva Luisa, conquistiamo ciascuno una branda – all’interno dell’infermeria. Lei si fa massaggiare mentre io mi faccio curare i piedi. Il tepore della coperta e la profonda stanchezza ci portano a dormire per almeno 40 minuti. Mi sveglio di soprassalto, sento il gelo nelle ossa! Mi avvio verso il ristoro e bevo un the caldo nel quale una volontaria mi costringe a sciogliere 3 zollette di zucchero perché i miei denti battono senza che io riesca a dominarli. La dottoressa (volontaria come tutti gli altri) si rifiuta di farmi ripartire se non dopo avermi imposto un controllo della glicemia.  Per fortuna i valori sono buoni e, riprendiamo le nostre “fatiche”. Per un primo tratto ci attende una ripida salita, poi ci lanciamo in discesa nella notte fonda. Raggiungiamo un fiume e da qui in poi ci aspettano una serie continua di salite e discese tanto difficili che, scherzando, affermiamo che sono state tracciate dal demonio. Anche io patisco nausea e non riesco ad alimentarmi, bevo solo un po’ di the ai punti di ristoro e non sento alcuna voglia per i cibi solidi. Mantengo questo stato di repulsione per il cibo per non so quante ore! Comincia ad essere più chiaro, sono passate già più di 29 ore dalla partenza. L’alba ci sorprende tra Aurere e Deux Bras, percorriamo un sentiero in quota che ci lascia vedere ancora un vulcano e degli strapiombi dove le piante crescono dappertutto: sembra di correre dentro una enorme serra! Ci fermiamo qualche minuto per scattare delle foto. Viviamo come in un sogno. Si riparte. Sappiamo che insieme al prossimo punto di controllo ci aspetta un importante punto di ristoro sul fiume e Luisa già sogna un altro massaggio. Arriviamo a Deux Bras al 121° km dopo 30 ore e 28’, è un posto militare e quindi di molti servizi si occupano i soldati anziché i benevoles.  Trovo una gran bella sedia in ferro munita di braccioli  e pongo un’altra sedia di fronte a me che funge da supporto per i mie piedi stanchi. Passa solo un attimo e sono già appisolato. Qualcuno mi tocca lievemente la spalla; apro gli occhi e mi appare un volto sorridente: Vous voulez Coca-Cola?  Ancorché avessi preferito dormire, non sono capace di essere sgarbato e accenno un sorriso di ringraziamento. Mi si chiudono gli occhi ma mi guardo in giro per capire se Luisa ha finito. Pare di sì, riprendiamo le nostre fatiche dopo lo stop durato ben 38 minuti. Mi rendo conto che a parte un bicchiere di Coca Cola non ho preso nulla al rifornimento. Ancora salita, e che salita! Verso Dos D’Ane saliamo per 2:36’ su un sentiero di gradoni da far spavento, 800 m di dislivello in soli 7 km. Poi una cresta meravigliosa e un sentiero che la percorre in sali-scendi. Dopo ogni curva speriamo che ci sia l’inizio della discesa finale ma non ci facciamo illusioni: perché dovrebbe esserci qualcosa di facile se, fino ad ora, è stato tutto difficile? Finalmente si inizia a scendere; entriamo in un bosco i cui sentieri, umidi e fangosi, rendono la corsa molto faticosa. Bisogna prestare  massima attenzione: ogni passo potrebbe risultare una trappola e farsi male proprio ora sarebbe proprio una disdetta. Manca poco, arriviamo a Le Colorado – ultimo punto di controllo elettronico. Da qui ci restano solo 6 km che ci porteranno allo Stadio La Redoute a Saint Denise. Arrivo,  qualche secondo dopo Luisa,  tra gente festante. Questa grande fatica è compensata da altrettanta gioia!  38:34:04 il mio tempo finale. Il Principe, ottima la sua prova, è già arrivato da parecchie ore (34:54:36) mentre Filippo impiegherà 44:36:59.

 

Mi resta il ricordo di paesaggi meravigliosi, del cielo notturno riempito da milioni di stelle luminose e a me sconosciute, di sentieri in cresta dove sembra di volare, di piante rigogliose e strane, del silenzio irreale, dei colori dell’alba e del tramonto, del sincero calore trasmesso dagli abitanti del posto.

E una consapevolezza: la montagna di per sé non è ostile all’uomo; è quest’ultimo, semmai, che adottando atteggiamenti irrazionali mette a rischio la propria vita.           
Avevo partecipato ad una gara di 123 km a febbraio di quest'anno nell'isola di Gran Canaria.  Il mio tempo finale? Poco più di 19 ore. Questa volta è diverso; per percorrere 150 km ne ho impiegato oltre 38. Consolido alcune certezze: bisogna avere un piano di allenamenti rigoroso e appropriato; nulla deve essere lasciato al caso; è vietato fare errori di sottovalutazione, la gara è veramente complessa; l'approccio deve essere dei più seri, non è un picnic! Il Grand Raid non si finisce per caso. Si conquista con la testa… e le gambe.

L’impressionante numero finale di coloro che si sono ritirati (851 su 2497 partiti) conferma la veridicità di quanto è scritto sulla maglia – donata dagli organizzatori – a chi finisce la gara: "J’ai survécu"  Sono sopravvissuto!

 

Comments (5)

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@ Valentina: è un gran bel complimento, grazie , sei gentile.
Nov. 3
E' vero! Scusami, quella bottiglia di Cilaos non dovevo dimenticarla, ci ha dato "gas" dopo Dos D’Ane per i successivi km fino allo Stadio della redoute...
Nov. 3
Ho trovato una pecca !!!!
Hai dimenticato la meravigliosa bottiglia di acqua gasata gentilmente offerta dalla Signora Luisa !!!!
Nov. 2
Madonna Ermanno ! SONO ESTASIATA!Non mi ricordo neanche più come ci sono arrivata nel tuo blog ma ringrazio il cielo per esserci entrata casualmente! Ho vissuto tutto... ogni rigo mi ha donato un'immagine! Sei grandioso.... LE TUE PAROLE SONO VIVE !
Stampo e conservo tutto!
Nov. 2
Mortacci quanto sei stato dettagliato ed ordinato nel descrivere il tutto !!!!
Furio che non sei altro !!!!
Nov. 2

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